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Gli abiti delle donne

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In quasi tutti i comuni siciliani, le fanciulle portano sulla sottoveste una gonnella di lino, o di cotone, o di lana o colorato, chiamata fodetta o fadedda, semplice, pulita, comoda, che scende dalle cinture fino al piede, agganciata a volte con lo spensiru, ovvero un pizzo o un fazzoletto bianco o colorato, che cadendo in punta dietro le spalle, viene fermato con uno spillo sul petto.

In testa, spesso si indossa la dirizzatura: ovvero uno spillo di osso o d’argento, o un semplice nastro, o un pettine di tartaruga (per chi vuole distinguersi per ceto), che ha la funzione di raddrizzare, fermare e annodare le chiome. Gli orecchini sono d’oro; frammenti di corallo, una medaglietta o un cuore d’argento o d’oro orna il collo. Le calze sono ordinariamente cerulee e le scarpine nere.

Una mantellina di panno nero, foderata di rosso o di rosa per far risaltare i colori del viso, copre il capo e tutto il busto, scendendo con molta grazia fin sotto la cintura, completando così l’insieme di un vestire modestissimo. La mantellina serve per tutta la vita; con essa in qualunque periodo dell’anno le donne escono di casa, vanno in paese e in campagna.

  • old sicilian picture

Quando si recano in chiesa o in qualche processione, o a visite non ordinarie, indossano sopra gli abiti colorati la fadigghia, una veste di seta nera che dalle cinture scende ampiamente fino al piede e, insieme a questa, un manto, il quale copre il capo e avvolge tutta la persona coprendola fino a sotto le ginocchia. Il manto è forse il più caratteristico dei costumi dell’isola, a protezione del pudore delle donne. Scomparso dalle grandi città, è rimasto inalterato in mezza Sicilia. Il tedesco Westphals lo trovò a Palermo nel 1818; Malagoli-Vecchj lo vide molto più tardi anche a Catania in coloro che non sapevano rassegnarsi a scendere al livello delle persone ordinarie.

Houel si era più volte rammaricato con le ragazze messinesi di questo fitto velo che nascondeva le loro bellezze. Ma le ragazze lo difendevano dicendo che quando a passeggio o in chiesa vedevano una persona dalla quale volevano farsi scorgere, aprivano i due lati del manto, scoprivano improvvisamente il capo e il corpo per poi ricoprirsi subito come se volessero semplicemente aggiustarsi. Quest’atto mostrava tutte le loro grazie, poiché scopriva qualcosa di nuovo: il collo e parte del seno. Un istante breve, ma forte, che convertiva in dolce piacere il rigore del velo.

Il manto è in uso per le donne sposate e non, A Catania, dove sembra essere scomparso, è stato sostituito dallo scialle, perlopiù nero e non appuntato. Oggi una donna che abbia il suo manto e la sua gonna ha già qualche cosa, come dice il proverbio:

Chi ha il manto e la gonnella, non è povero

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